Una curiosa vicenda tramandata nelle memorie di Emiliano Marrollo.
Il testo è prelevato dal sito villasangiacomo.eu
Dopo di Antonio Caldora, venne al potere Federico III d’Aragona come Signore di Vasto, il quale fece e nominò nel 1497 il primo Marchese di Vasto, nella persona di Innico II d’Avalos d’Aquino.
Impossessatosi di tutti i beni donatigli dal sopraccennato d’Aragona, si arriva, di discendenza in discendenza fino al marchese Conte Cesare Michelangelo d’Avalos, sotto il cui govemo si svolgono i fatti che verranno narrati.
Siccome i monaci di Tremiti a mare avevano possesso di un grande patrinornio di due feudi nel circondario del Vasto, cioè di Ragna e Bardella del Comune di Scerni e perché essi proprietarii misero in vendita i detti beni per un prezzo elevatissimo, non vi fu che solo l’avido e prepotente del marchese del Vasto che potè farne acquisto.
Era questa la sua mira e la scarsezza dei concorrenti compratori, concorse a fare risultare paga la sua ingorda mira.
Dopo di tale acquisto, egli, volle personalmente andare a prendere possesso dei sopraccennati feudi; e, dal Vasto, partitosi con poderosa forza, venne sopra luogo.
Si premetta che affiango al feudo Bardella v’era una estensone di circa 55-56 salme di terra, posseduta dal mio bisnonno, Giacomo Rinaldo Marrollo.
Ora avvenne che il Marchese Conte Cesare Michelangelo nella sua gita di ricognizione del nuovo possesso, ed in compagnia dell’Agente dei primi possessori dei feudi, passò d’apprirna pel feudo Ragna, e poi facendo il giro venne all’altro Bardella cioè si partì lungo la riva del torrente Sinello, e poi di mano in mano arrivato al vallone detto di Roviceto risalì al boragno e sempre salendo colle per colle giunse alla estensione delle dette terre coltivate…
Dove, con sorpresa, il Marchese guardò e riguardò, osservando quel vuoto dissodato del Bosco.
Per il chè il Marchese giunto alla fin fine di questo sempre ripensando a quel vuoto di terra coltivato, interpellò l’Agente.
“Ditemi, come va che la siepe circondante questo mio feudo non và dritto al vallone Roviceto, e, non comprende ancora quel suolo coltivato ?”
L’Agente rispose: “Eccellenza, sempre così è stato il confine, dacchè i monaci m’hanno fatto custode di queste terre, come coltivato ho trovato quell’ esten- sione di suolo che a lei pare del suo.”
Ed allora soggiunse il Marchese “a chi apparterrebbe ?” L’Agente di rimando “I Signori Marrollo di Scerni, per quanto mi sappia sarebbero come sono, i legittimi proprietarii,” “Quando così è”, ripeté il Marchese, “Agente, mi farai chiamare tale proprietario, il quale sarà tosto invitato, perché venga in mia presenza.” Di lì a poco il Marrollo fu condotto per mezzo di un subbordinato dell’Agente, al cospetto di sua Eccellenza, e quegli facendoglisi innanzi con un inchino umiliante e rispettoso, disse “A che debbo servirvi, Eccellenza vostra Illustrissima?”
“Ecco, signor Marrollo, di che si tratta. Io ho fatto acquisto, come dovete sapere, dei due feudi Ragna e Bardella e venuto quì espressamente a prendere possesso, veggo con malocchio quello spazio di suolo coltivato d’accanto al mio bosco, di cui, come l’Agente mi fa sapere, voi siete il proprietario.
Vi pregherei di cambiarmelo, perché mi piacerebbe allineare fin giù al vallone, la mia siepe, e darvi invece io un altro appezzamento sito in contrada Ciciardo, il quale è oggi posseduto dal Signor Panfilo Marrollo fu Giuseppe e da altri.” Al che, coraggiosamente ed impavidamente il Marrollo rispose a sua Eccellenza: “Prego, signor Marchese, le mie terre che voi pretendete avere, scambiandole reciprocamente, non sono vincolate da nessun tributo governativo e, per di più sono terre nuove, vergini e feconde. Le vostre invece sono in prima vincolate, e poi sterili e sfruttate”.
Il Marchese, indignato a tale secca e canzonante risposta, non disse verbo; ma in cor suo pensò di soddisfarsi a tutti i costi e di vendicarsi di quello irriverendo uomo, ricorrendo alla sua prepotenza e fidando sulla sua potenza. Subito dopo chiamò alcuni dei suoi numerosi satelliti e ordinò loro espressamente di arrestare quell’individuo, per poi tradurlo in carcere entro un castello, ove l’aspettava la morte, e, dopo d’avergli confiscata tutta la sua roba, ne più nemmeno come facevano tutti i feudatarii d’allora per ogni qualsiasi circostanza.
Il Marrollo, che aveva avuto sentore di tale ordine, ebbe campo di svignarsela e così fuggire dalle prese di quei furibondi manegoldi. I quali, pieni di sconforto e di fatiche invane, tornarono dalla loro Eccellenza, per dire che ogni loro sforzo era stato impossibile ad arrestare il fuggiasco, che, innanzi s’era troppo allontanato per poter essere preso dai loro ferri.
Ed il Marchese a sua volta, pieno di indignazione e di rabbia, ordinò a quel detto Agente dei Monaci, di far chiamare diversi coloni, perché immediatamente raddrizzassero la siepe fin giù al vallone; ed a fine di guarentire questo suo arbitrario atto, raddoppiò i guardaboschi, ingiungendo loro rigorosamente di salvaguardare con attenzione quel suo appezzamento nuovo del feudo Bardella e di far fuoco senza indugio a chiunque si fosse azzardato d’entrare in quelle terre coltivate. Il giorno susseguente fece misurare l’estensione di queste ed altrettanto fece nella contrada Ciciardo per una medesima area; ed in tal modo il contratto di cambio, preteso dal Signor Marchese, fu presto e fatto, senza naturalmente, l’acconsentimento dell’altro.
All’estremo male, estremo rimedio; e così dovette fare il nostro fuggiasco Marrollo per scambiarsi il peggior dei mali: la vita, l’onore, la roba e tutto il resto.
Accondiscese quindi al contratto del Signor Marchese, prepotente e potente in tutta la sua linea di feudatario, ma muto in cor suo, il Marrollo vi giurò vendetta atroce.Era uso il Marchese d’Avalos, come del resto era costume dei suoi antenati tutti, venire ogni anno a Scerni per svernare e poi nel mese di ottobre tornare nel Vasto, (per cui questa terra ebbe il primo nome di battesimo “SVERNIA”, il secondo “LA SVERNIA” donde l’ultimo “SCERNI”. E con lui, il Signor Marchese, al solito veniva una numerosa scorta di gente, per il che al nostro vendicativo Marrollo, non poteva riuscirgli mai un’occasione propizia d’ucciderlo; giacché non mai mancava due o tre guardie di scorta al Marchese, nemmeno quando sortiva per poco dal suo palazzo. Il Marrollo intanto non cessava di perdersi d’animo e non abbandonava giammai il pensiero fisso della vendetta: si almanaccava in tutte l’ore il proprio cervello, di giomo e di notte, di notte e di giorno, sempre nella sua mente, nella sua fantasia si vedeva sanguinante il cadavere di quello scelleratissimo e sanguinario feudatario del Marchese. Fra le altre, pensò un giorno cosa che ben dovevagli riuscire a tiro.
Egli disoppiatto proprio alla Fonte detta di Cotealto, l’aspetterebbe quel Signor Marchese, allorquando esso usciva la sera a frescheggiare a circa le ore 22 -secondo l’antico orologio- al disotto il trappeto del Reverendo D. Panfilo Ciccarone, essendochè era in allora tempo di terrorismo, di proprietà della Eccellenza d’Avalos detto trappeto e casa attigua. Sempre, e in tutto e con tutti, potente e prepotente quel Marchese buon animo d’Inferno…
Sì, l’aspetterebbe a quell’ora e in quella sera; e una sua palla, ben tirata, l’avrebbe potuto freddare!… Difatti con questo proponimento, si apposta, freddo e risoluto, a venti ore, dietro la detta fonte, e verso l’ora aspettata e fatale, ecco che vede il Marchese scendere dal palazzo, e passeggiare poi in su e in giù. Con mano ferma, il Marrollo, intrepido, tira il colpo dalla carabbina; e sicuro d’averlo fatto il colpo, si diè frettolosarnente e senza alcun rimorso in precipitosa fuga.
Molto sfortunatamente però, il Marchese non rimase ne freddato, nè tampoco toccato, perchè egli si trovò in quel momento, prima che la palla l’avesse squarciato il petto, ove era diretta, a voltarsi, e quindi scomparse da quel tiro, che bruciò la sola manica della veste da camera. Figurarsi lo spavento della gente del Signor Marchese, salvo per puro miracolo di Satana. In un baleno, appena dopo il colpo, una numerosa gente si vide presso di se l’ Eccellenza d’Avalos, il quale trepidante tutto, calmò o cercò di calmare quelli accorsi, indicò loro donde era uscito il colpo e invitò tutti di correre subito in cerca del traditore.
In breve, tutta la forza Marchesale si vide scatenarsi giù per le coste, per cui si andava al luogo indicato e fatale. Ogni sforzo, ogni traccia di ricerca furono del tutto vani, perché, come s’ è detto, il Marrollo nella sua corsa precipitosa, subito dopo tirato il colpo, già era arrivato niente meno al Sinello, allora quando quella gente raggiunse il posto dell’attentato. Durante il suo fuggire, Marrollo gioiva, tutto concitato per non cadere nelle mani dei manegoldi, presupponendo che il Marchese sarebbe stato morto, se non fulmineamente, almeno dopo raffreddato il colpo. E fuggiva, fuggiva come una saetta, fintantocchè arrivò al Vasto ove s’abbattè molto fortunosamente con diversi Giovinazzesi.
La prima domanda che fece fu quella di sapere da questi forastieri, se loro occorreva un garzone e quelli di risposta dissero che di garzone non avevano bisogno, ma che se voleva prendere l’arte loro quella del marinaio, non gli rimaneva altro che di arrolarsi a quella loro compagnia, il Marrollo accettò e tutti con lui furono contenti.
Non fa bisogno dire quanto sia stato felice quest’incontro pel nostro fuggiasco Marrollo e con quant’amore prese imbarco con quei nuovi amici Giovinazzesi. Arrivata la nostra brigata e con questa il Marrollo nel paese di Giovinazzo, con molta fortuna si cominciò a lavorare da marinaio da parte del nostro fuggitivo, il quale fu fatto così emigrato per sempre, essendocchè chi passava da una contea ad un’altra, secondo leggi di quei oscuri tempi, si scampava la vita e si perdeva il diritto di cittadinanza. Ed in questa persuasiva di non poter più rimpatriare, pensò bene di rammogliarsi colà, ed ivi con buona fortuna fu padre di numerosa prole, tanto che col tempo, poco più di un secolo, la contrada della marina poteva ben chiamarsi Marrollo, Che anzi col volgere del tempo da Marrollo si ebbe Morolla, o perché il primo di tal casato che fu in quei paesi fu mal capito, o perchè mal si spiegò, ed o perché per gli effetti del tempo, avvenne, come in ogni cosa di natura, quella trasformazione di nome.
Su l’esistenza di tale Morolla in Giovinazzo, i miei non hanno lasciato mai d’inforrnarsi, ma tutti sempre m’hanno assicurato ch’esiste, ma che fu una ben estesissima famiglia. Che anzi, cade opportuno narrare questo fatto avvenuto nel 1856 per meglio accertare la verità di questo nostro asserto, a riguardo della famiglia Marrollo vissuta e vivente in quel di Giovinazzo.
Al principiare del mese di aprile di detto anno, capitano al Vasto per la vendita del grano i signori Panfilo Marrollo fu Giuseppe e Cassiodoro e Giovanni di Fonzo, quali deputati di commissione per la festa di S. Panfilo, patrono della festa e ricorrente addì 28 aprile di ogni anno.
La vendita del genere fu presto fatta colà a certi due negozianti di Giovinazzo, che negozio avevano nel Vasto.
Fatti i conti, i nostri venditori, staccaronsi da quelli; ma dopo meno di un’ora vi tornarono ben scrupolosamente, perché, consegnata la moneta, si trovò in dippiù un trenta ducati.
Al fondaco dei negozianti Giovinazzesi non si trovò che uno solo di essi, ed a questi rivolse la parola subito appena entrato Il Marrollo: “Amico, avete fatto un ben grande sbaglio”.
E l’altro, tutto concitato a questa inaspettata e dubbiosa inchiesta, chiamò il suo compagno Giovinazzese, poco di là discosto e disse “Marolla senti, senti, che nel conto del grano venduto da questi signori v’è stato dello sbaglio”. Ed il Marrollo: “No, badate lo sbaglio c’è ma è a nostro favore e a vostro discapito. Non siamo noi padroni di tal somma ma è esclusi vamente del Santo”; Infatti si rifecero i conti esatti, e si trovò la verità del Marrollo. Questi allora, tutto desideroso di conoscere quel forastiero negoziante che chiamavasi col proprio casato suo, domandò: “Di grazia, come vi chiamate, se è lecito, donde siete?” “Angelo Marolla, a servirvi io mi chiamo, e Giovinazzo è la mia terra natia”. A questa risposta, il Marrollo Panfilo, che già sapeva dei suoi antichi parenti Giovinazzesi, con tutta commozione abbracciò quel suo inaspettato congiunto, lo baciò e lo ribaciò.Anche l’altro era commosso e non cessava di parlare, dicendo chi egli era e da chi ebbe vita, raccontando della sua origine, che veniva dai Marrollo di Scerni e domandò nuove del suo original paese. Soddisfatte tutte queste domande, e passati quei primi momenti di commozione e di abbracci di affratellamento, il Marrollo invitò quel parente suo a venire in Scerni, a casa sua, ove gli avrebbe fatto conoscere tutti i suoi, nonché indicargli quel fatal luogo dove tirò il colpo di fucile all’Eccellenza d’Avalos, uno dei loro antenati, quel primo Marrollo, che, emigrato, dovette rifuggiarsi nel lontano paese di Giovinazzo.
