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Quando il sale diventa pepe cocente

Riceviamo da Massimo Desiati

Quando il sale diventa pepe cocente

E’ passato un po’ di tempo da quando, ragazzi, è iniziato un impegno politico. Tra le tantissime battaglie ingaggiate ve n’era una che ci inorgogliva e rappresentava forte elemento di polemica e contrapposizione nei confronti del “potere costituito”, del “sistema dei partiti” che “occupava” le Istituzioni e di una artefatta interpretazione della “democrazia”. Ci si riferisce al clientelismo.

Condotta politica che assurge a metodo, malvezzo che diventa formula consolidata, tentazione che diventa prassi, il clientelismo accompagna il far politica in modo funzionale e direttamente proporzionale alla capacità di acquisizione del consenso elettorale. Esercizio del potere, buono o cattivo che fosse considerato, il clientelismo è appartenuto a pieno titolo, ed in misura sempre maggiore, alle motivazioni che ispirano l’espressione del voto. Un modus storicamente radicato più nel sud Italia che al nord (retaggio, forse, di forme di vassallaggio meridionali) ma che si ramifica, col tempo e come fosse metastasi, in tutto il Paese.

Il crescente ed evidente utilizzo di questo costume (offerto dal sistema della politica ma, di fatto, richiesto dalla popolazione amministrata) ha “normalizzato” una condotta fino a qualche tempo fa ritenuta, quantomeno, “riservata” ed avvolta da un senso di malcelato pudore. Di questa pratica, negli ultimi tempi, non se ne faceva neanche più mistero ed essa, anzi, è divenuta addirittura motivo di vanto. Si è arrivati così a considerare il clientelismo quale “sale” del far politica, un ingrediente utile… ad insaporire il rapporto con gli elettori, una fattispecie che, comunque, non costituisce reato.

Ma, attenzione! C’è sempre un momento in cui uno stato di cose “normalizzato” riceve il contraccolpo. Sarà stata la cosiddetta “questione morale”, saranno state le vicissitudini giudiziarie di alcuni personaggi politici o le intercettazioni telefoniche fatte a gogò, ecco che sono in molti a dichiarare di non aver mai esperito la pratica del clientelismo e di aborrirne l’uso (sigh!).

Non so quanti dei ragazzi di un impegno politico che fu, divenuti soggetti di politica attiva, possano ritenersi senza peccato e scagliar la prima pietra. Per gli altri riavvolgere il nastro con tanto clientelismo inciso e ricucire una verginità potrà risultare più difficoltoso: chi glielo spiega al proprio elettorato, consolidato con tale mezzo, che non si fa? Non resta altro che coltivar clientela continuando a promettere, salvo poi far proprio nulla per onorare il truffaldino impegno.

E’ così che il “sale” del far politica diventa “pepe cocente”!

Massimo Desiati