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Sul movimento contro il centro oli

Da Andrea Arabi riceviamo la seguente nota sul movimento contro il centro oli Ortona ed in generale contro lo sfruttamento petrolifero della regione Abruzzo.

Cari amici,

In queste ultime due tre settimane mi sono messo a scorrere qua e là dentro i blog che sono nati o in qualche modo si sono impegnati contro il Centro oli di Ortona. L’idea che se ne ricava è che ci troviamo di fronte ad una situazione a dir poco preoccupante: qua e là si colgono dove segni di amarezza, dove malcelata delusione e a volte anche di sconforto. Ora io voglio premettere subito che nel prendere questa iniziativa ho deciso ti tenermi sul filo della massima franchezza, a qualsiasi costo. Pertanto dico subito e senza mezzi termini che la condotta del nostro movimento è stata, in generale, impostata secondo una prospettiva limitata, tale che nel corso dell’evoluzione non si poteva non incontrare serie difficoltà.

Facciamo qualche passo indietro. Il mese di luglio scorso, in virtù di alcuni fatti e circostanze, che non sto a rievocare, ha segnato una svolta importante per lo sviluppo del movimento. E’ stata senz’altro determinante la presenza prolungata della prof. M.R. D’Orsogna. Si era partiti con grande slancio e decisione e con l’obbiettivo di fare a tappeto un lavoro di informazione e sensibilizzazione. E questo come premessa necessaria andava fatto, e, infatti, si è lavorato tantissimo in questa direzione. Però non doveva essere soltanto questa la cosa da fare. Quando si organizzavano gli incontri con le popolazioni, la gente arrivava con motivazioni diverse ma, comunque, con scarso interesse. Però dopo la proiezione del film di A. Tiracchia e la presentazione fatta dalla Prof. D’Orsogna e poi da A. Lanci, sorretti spesso dalla testimonianza del sen. E. Graziani, alla fine, immancabilmente, tutti si ritrovavano completamente cambiati: stupore, rabbia, indignazione, paura e a volte anche sconforto, indifferenza, perciò scompare, ma accanto ad un’area di ottimismo ingenuo (“no -si dice- non lo faranno, sarebbe troppo un disastro!“) l’atteggiamento più diffuso rivela l’esistenza di una sensazione, di uno stato di impotenza: “c’è poco da fare – ci sono interessi grossi – sono potenti – fanno quello che vogliono e hanno anche la politica dalla loro parte“. La cosa interessante però è che se queste voci raccolte le riporta e le riespone in un pubblico dibattito, appaiono in modo visibile e immediate reazioni che si configurano come una riscoperta di se stessi, quindi una presa di coscienza. Ad ogni modo questo ci dice che ci troviamo in una situazione di debolezza. Allora il compito nostro è chiaro: rovesciare i rapporti di forza, in moda da renderli favorevoli a noi.

La cosa si rende possibile soltanto superando quella prospettiva limitata di cui si parlava prima e quindi affrontando la questione organizzativa. Nel corso dei contatti, a tantissime persone pongo la domanda: se si mette in campo e si raduna 30-50 mila persone…? La risposta è sempre la stessa: “Eh, così il Centro oli è sicuro che non si faccia!“. Sono queste le cose che vanno colte. Quella risposta poi ci dice molto chiaramente che dalla testa dei dubbiosi sparisce il credo dell’invincibilità dell’ENI.

Noi col nostro lavoro facciamo sorgere delle idee e mettiamo in moto masse di energie, ma se a queste non facciamo corrispondere forme di organizzazioni, quelle energie si spengono o girano a vuoto. C’è un principio storicamente convalidato e consolidato dalla prassi, secondo il quale “ad ogni consapevolezza, ad ogni presa di coscienza devono corrispondere forme di organizzazione“. Allora va detto con tutta franchezza che da questo punto di vista è stato fatto poco o niente.

Già dal mese di luglio scorso s’era parlato della necessità di una struttura centrale di coordinamento stabile in modo da disporre di una forza pronta a far fronte a tutte le mosse della controparte. Il tutto veniva prospettato in vista del fatto che prima o poi si sarebbe arrivati a forme di mobilitazioni generali per le quali occorre sempre una macchina organizzativa efficiente. La convinzione traeva motivo dal fatto che le gloriose battaglie della Val di Sangro degli anni 70 (cui sempre facciamo riferimento) portarono sì ad un esito vittorioso, ma quelle lotte erano state organizzate da un grande partito (il partito comunista) affiancato da una parte dei socialisti, da alcuni sindacati, come CGIL, pescatori… e da numerose persone libere da vincoli di partito.

Adesso la situazione è quanto mai problematica: una macchina come quella degli anni 70 non esiste e il movimento, pur tanto esteso, non dispone di una struttura organizzativa autonoma. Questa questione è emersa anche il giorno della presentazione a Lanciano del libro di Enrico Graziani “LA SANGRO CHIMICA – Una vittoria per il futuro”. Apro una parentesi per dire che di quel libro è consigliabile non una lettura ma uno studio accurato: la situazione di oggi, come accennavo prima, è senz’altro diversa, ma dal libro si ricavano strumenti di analisi e criteri di valutazioni critiche molto utili per la comprensione delle leggi che governano le dinamiche che si vengono a determinare nello scontro della lotta tra la popolazione e le controparti.

Dai blog delle organizzazioni sparse per l’Abruzzo si leva un coro incessante di lamentele, di querimonie lacrimose, indignazione per la sordità e il servilismo dei politici acquiescenti, l’ipocrisia stolta degli amministratori, la miseria umana dei Marrollo o di un Fratino che non si arresta neanche di fronte alla sicura maledizione che si abbatterebbe su di lui e sui suoi discendenti. Questo però può significare che tanti di noi hanno creduto che suscitando un forte sentimento di condanna e facendo appello alla ragionevolezza, al buonsenso, alla comprensione, si potesse indurre ENI e chi lo fiancheggia ad abbandonare i loro progetti.

Se la natura dell’ENI è quella che andiamo spiegando, allora il postulato della ragione pratica è che l’esito di questa lotta dipende dai rapporti di forza (evidentemente si tratta di un dispiegamento assolutamente pacifico).

Il Computer è senz’altro un valido strumento di informazione e di sensibilizzazione, dotato anche di una certa capacità di attivazione, ma non è risolutivo: esso non è sufficiente a tirare fuori la gente dall’isolamento. Con forme adeguate di strutture organizzative invece si creano le condizioni per una maggiore responsabilizzazione dei singoli organismi impegnati, e le persone, superando il proprio isolamento, avvertono, sentono le pulsioni di un corpo in movimento di cui sono parte integrante. Soltanto in questo modo possiamo arrivare a vedere, come spesso dice E. Graziani, un popolo in movimento. A questo riguardo va ricordato un altro principio: “Quando il destino di un popolo è in pericolo, la salvezza di quel popolo è opera del popolo stesso“. Se non si marcia secondo questo principio e secondo canone organizzativo, oltre agli inconvenienti di cui si è parlato innanzi, si rischia di favorire anche il propagarsi, per altro già presenti, di pratiche di condotta lideristiche. In tal modo saremmo cattivi samurai (“I sette samurai” di quel grande genio di Akiro Kurosawwa dove nell’epilogo troviamo: “noi samurai siamo come il vento che passa veloce sulla terra,ma la terra rimane e appartiene ai contadini. Anche questa volta siamo stati noi i vinti; i veri vincitori sono loro“).

Queste acquisizioni, assunte come punti fermi, richiedono coerenza e determinazione inflessibili.

1- il 75% della popolazione secondo Berlusconi (secondo noi più dell’80%) è contrario alla petrolizzazione dell’Abruzzo; la giunta Chiodi sta governando la regione con poco più del 25% del corpo elettorale e una parte di quel 25% l’ha votata per le false promesse fatte (altro che “il popolo è con noi”).

2- la legge rinvenuta da E. Graziani che dà la facoltà alle regioni di respingere permessi e autorizzazioni concessi dal potere centrale e per la quale è in corso la raccolta delle firme.

3- la quasi totalità dei comuni e delle province sono contro; a questi si aggiungono alcuni sindacati,associazioni di categoria e le cantine sociali.

4- esistono circa sessanta organismi impegnati per bloccare la petrolizzazione.

Questi,più o meno,sono i termini della situazione. Ma io sono rimasto di stucco quando sabato 16 maggio ho letto il post della Prof. M.R. D’Orsogna dove dice: “Vorrei tanto discutere della possibilità di manifestare: secondo me è importante”. (La Prof. D’Orsogna già qualche tempo fa aveva parlato di una manifestazione da fare a maggio a Pescara). Ma come, in una situazione come quella descritta qui sopra, non c’è un organismo, un’istanza, una sede dove poter discutere delle cose da fare!?

Qui siamo ad un punto di svolta, occorre un salto di qualità; i fatti ci dicono in modo testardo sempre la stessa cosa: uscire dagli universi particolari. E con uno spirito unitario andare in tempi ravvicinati alla convocazione di una conferenza dei rappresentanti di tutte le decine di sigle impegnate nella lotta, una conferenza che dichiari lo stato di pericolo della regione e si costituisca come COMITATO di SALVEZZA REGIONALE che, con grande energia e col coraggio delle nostre ragioni, lanci un PROCLAMA ALLA POPOLAZIONE al grido di SALVIAMO LA NOSTRA TERRA E IL NOSTRO MARE!
Presidieremo le sedi televisive pubbliche, quelle pagate con i soldi del popolo, perché si spezzi il bavaglio messo dai potenti e vengano letti i nostri comunicati. Affiggeremo locandine dovunque per invitare la gente a non comprare il giornale e non vedere le televisioni che rifiutano spazi alla nostra lotta.

Di iniziative pubbliche poi se ne possono fare tante, ma l’obiettivo principale rimane sempre quello di mettere in moto una massa di popolo da fare tanto rumore che si senta da San Francisco fino a Tokio. Coloro che fanno parte delle organizzazioni sanno benissimo tutti…tutti! Quale sarà il destino maledetto che si abbatterà su questa nostra meravigliosa terra se perderemo questa battaglia. Allora le nostre tante generose organizzazioni continueranno a vivere? Ma per fare che cosa?

Forse:

– “L’Italia dei diritti”, per il diritto ai funerali di stato;

– “Gli Occhi del Popolo”, per guardar morire la gente;

– “Emergenza Abruzzo”, per l’emergenza ampliamento cimiteri;

– “Nuovo Senso Civico”,per l’aumento dei nosocomi per le vittime della malvagità dei potenti;

– “Eco via”, per curare i viali dei e per i cimiteri;

– “Natura Verde”, per sostituire con prati artificiali la natura morta;

– “WWF”, per attrezzare oasi dove accogliere i rifugiati dalle terre appestate dalle compagnie petrolifere;

– “Italia Nostra”, per piantare pietosamente croci nell’Abruzzo che fu.

E così via, ognuna secondo la propria vocazione.

22 maggio 2009

Un cordiale saluto.

Nicola Arabi
Comitato FRISA NO CENTRO OLI